Klopp, il tecnico ‘Zeman al quadrato’, non verrà mai in Italia: ecco perché

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Ci sono due motivi per cui il prossimo avversario della Juve, Jurgen Klopp detto Kloppo, difficilmente allenerà in Italia: uno, fa correre le sue squadre; due, è tremendamente vero. Klopp è lava rovente, demolitore di luoghi comuni, forse anche un po’ scazzone. Pianse per venti minuti, abbracciato a Kagawa, il giorno in cui il giapponese se ne andò a Manchester. Definì lo strapotere economico del Bayern la Cina della Bundesliga e osò dire del Barça di Guardiola «il tikitaka è di una noia mortale». Scusa, Jurgen? Potresti ripetere? Però aggiunse una cosa che nessun professore di giornalismo aveva notato: anche dopo il gol numero 6,987 i giocatori azulgrana esultano come se fosse la prima volta in carriera. «Quello è lo spirito giusto, giocare fino a che non muori». Troppo diverso dai nostri Mister Banalità.

Eppure Klopp si ispira a uno di casa nostra: Arrigo Sacchi. Lo studiò quando allenava il Mainz, o Magonza, sciroppandosi cinquecento ore di video al cloroformio sui movimenti difensivi, con Albertini e Baresi, perché il verbo sacchiano dava evangelicamente a tutti una speranza: con la tattica puoi battere chiunque. Il Mainz fu il primo in Germania a giocare con il 4-4-2 senza libero. In serie B. Vinse il campionato. Il giorno dopo, per festeggiare, Klopp portò tutti in ritiro. In un lago in Svezia. Bello: donne, birra e nessun giornalista. Sbagliato: era l’inferno, un posto senza energia elettrica, senza hotel, senza ristoranti, neanche un sasso su cui piangere. Se volevano mangiare, dovevano pescarlo e preparare il fuoco. Dormirono per cinque giorni in tenda, direttamente sulle radici. Klopp voleva convincere i giocatori di essere capaci di sopravvivere a qualsiasi cosa. Anche alla Bundesliga. La stagione successiva si piazzarono undicesimi. E l’anno dopo andarono in Coppa Uefa. Al Dortmund, sopravvissuto a una crisi finanziaria umiliante (vennero aiutati dagli odiati rivali, i famosi cinesi di Monaco di Baviera), Klopp ha fatto il miracolo più grande: ha reso la squadra un Corpo Speciale e uno stadio da 82 mila posti troppo piccolo per contenere tutti. Ancora oggi, che lotta per non retrocedere, se provate a comprare un biglietto vi diranno: tutto esaurito.

Quello che piace alla gente è la verità, il sudore, il sacrificio, la stessa cosa che spaventa molti giocatori del nostro calcio. Qui torniamo al punto uno: il Borussia non si ferma mai. Nella fase a gironi di Champions ha corso più di tutti, in media complessivamente 120 chilometri a partita. La Juve – cioé l’italiana con più adrenalina in corpo –  è arrivata appena a 110. In pratica nei novanta minuti il Borussia ha coperto la lunghezza del campo cento volte più dei bianconeri. La Roma ha corso 106 chilometri, il Napoli (nelle due sfide con il Bilbao) 115. Meglio di noi chiunque: il Liverpool, il Bayern, persino il Cska. Lì si allenano anche se non giochi. Salah è arrivato dal Chelsea senza aver mai giocato eppure vola. Noi intanto avevamo Cerci che inciampava sugli ostacoli. «La cosa che mi esalta di più a fine gara – rivelò una volta il tecnico del Borussia – è quando le statistiche dicono che i miei ragazzi hanno corso più degli avversari». Klopp è Zeman al quadrato, ma più esatto tatticamente. E ride. Quando vince, quando perde, quando si trova a parlare al microfono e, fuori programma, si tira uno schiaffo sulla guancia per scacciare una zanzara. I brutti pensieri, quelli non li scaccia, se passano li tira fuori. I suoi giocatori sono operai, seppure ben pagati, il suo calcio quello del popolo. Se poi piove, dice, correre è il massimo. Piacerebbe ai tifosi, delle big e di quelle che non dovrebbero esistere in base allo share, ma non ai giocatori e ai presidenti. Dunque, scordatevelo.

(corrieredellosport.it)

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